Ambiente e Territorio Italia

La comunicazione di massa non esiste

Scrivo questa riflessione entrando in una nuova casa a Varese, preparatami con affetto, attenzione, da Anna, mia madre, per i miei piccoli che oggi arrivano dall’Etiopia insieme a Seble, la paziente compagna della mia vita. Vivevo fino a ieri nella sede di una delle prima TV private del nostro Nord, Tele X, ma da tempo non possiedo un apparecchio televisivo, in Italia.

Da ragazzo seguivo papà nei boschi, verso le vette della provincia, verdi selve di incuria, trovando modi per porvici antenne ove si poteva portare la corrente elettrica.

Ricordo una giornata intera intorno al Sasso del Ferro sopra Laveno: ci si sale in bidoncini, nei primi anni settanta ancora più sospesi di oggi a fili apparentemente precari. Sù, con uno sguardo sempre più aperto alla vasta striscia blu, il lago Maggiore, a capofitto sotto i fili.

Ancora, di serate a discutere e a convincere Salvatore Furia -Siculo visionario, fondatore di parchi e soprattutto di comunità di giovani capaci- per disporre di un piccolo trespolo da antenne nel punto più alto e dominante. Il timore di incursioni dei Carabinieri perché i pionieri avevano dalla loro un buco nella legge, non disposizioni che li lasciassero lavorare sereni.

Ultimo ricordo distinto, una poesia che papà mi pose sul comodino: Il Limone Lunare, Poema per la radio dei poveri cristi, di Danilo Dolci. Chiaro che Danilo, il grande Slavo-Lombardo venuto da Trieste a Trappeto per capire come vincere la povertà da fame ispirò mio padre. So che oltre a leggere qualcosa dei suoi sessanta libri, diverse delle sue poesie, papà lo seguì nel cammino. Dopo una conferenza di Danilo Dolci dalle nostre parti iniziò a diffondere la sua teoria, che spesso mi ripeteva: “Ci sono tante frequenze libere quante persone su questo pianeta. Possiamo usarne una piccola parte per raccogliere e far ascoltare tutte le nostre voci”.

Danilo seminava domande nei cuori di chi incontrava. Siccome era empatico, soffriva con gli altri, leggeva i volti e chiedeva dei sogni di chi lo incrociasse. Le sue domande restavano piantate e, spesso, portavano dei frutti, qualunque risposta ciascuno desse ai suoi quesiti.

Ve ne pongo, ora, una. Trasmettere e comunicare, sono la stessa cosa?

Quaranta anni sono passati da Radio Partinico Libera, quando Danilo Dolci mise a valore per ventisei ore le competenze e le voglie liberate di farsi sentire di chi lo circondava. Dopo anni di tavole rotonde la gente del Belice, dello Jato e del Carboi aveva capito chi era, che cosa sognava, ed era pronta a combattere i piccoli soprusi e la grande criminalità che tanto consenso chiama là. Sullo stupendo golfo di Castellammare, verso la fine dell’isola che suggella l’Italia che amiamo.

Si erano vinti intorno a Trappeto e Partinico la fame, l’incapacità dello Stato di offrire lavoro, la sete di acqua di gente e suoli agricoli impostando dal nulla una diga che tolse il monopolio dell’acqua ai soliti pochi. Ma la radio era troppo, le voci dovevano restare sedate, basse, o si sovvertiva l’ordine costituito da poche famiglie.

In un contesto diverso, a Varese sorse presto Radio Sacro Monte. Anche mio papà aveva un sogno: una Radio Cattolica partecipata. Negli anni in cui la Chiesa voleva e doveva cambiare alla radice, forse, tornare alle Sue radici.

Disturbò, nel 1973, un altro pioniere a Bologna, con la soprendente potenza di emissione.. di cinque watt. I primi si sceglievano le frequenze, e per caso la sua era molto vicina, con sistemi trasmittenti poco filtrati, a quella del Bolognese. Bastò una telefonata e un aggiustamneto dei due quarzi presso il finale di.. potenza di allora, problema risolto.

Poco dopo papà attrezzò prima casa di mamma, la villa al Tabor, tra Casbeno e Masnago, poi l’appartamento paterno suo -dove vivevo io fino a ieri quando in Italia- che divenne Tele X. Di pochi giorni seguì con la televisione il Giaccari, che con RTL Varese fu il pioniere assoluto del settore nella Lombardia del nord.

Ricordo mamma che lo prendeva in giro con commenti arguti –mentre leggeva non so più se per la radio o la TV- le sue interminabili cronache di parrocchia. A volte sembravano le chiacchere della perpetua di turno, o le dicerie tra valligiani sulle idee e i comportamenti del parroco troppo giovane e ‘conciliare’, o molto anziano e dimesso.

Una volta, fece portare un piano nel prato davanti alla villa molto campagnola al Tabor, sotto le fronde della grande quercia rossa, d’estate. Mise nascosta nell’immenso albero una telecamera già piccola, credo di ricordare in bianco e nero, e registrò per molte ore uccelli che saltavano tra i tasti, passanti incuriositi, il giardiniere allibito, mio fratello che suonava del jazz.

Comunque fosse, per quanto avesse anche diretto una televisione con molti più mezzi, Tele Alto Milanese, la sua esperienza si chiuse nell’oblio, con un po’ di debiti, senza aver mai sposato la produzione commerciale. Anzi, senza aver trasmesso un solo spot televisivo. Obliterata da chi ne fece un mezzo commerciale, detto per errore ‘Comunicazione di massa’, di pochi ideali davvero.

Arrivarono presto altri, occuparono i suoi tralicci e le sue frequenze, non si oppose, mai, salvo in un caso.

Alcuni di loro, piccoli commercianti della trasmissione, avevano chiesto scusa, e lui, oramai si sapeva, cedeva posti, quelli sulle montagna guadagnati insieme, come spazi nell’etere, frequenze dei quarzi che diventavano, per chi ci teneva, fonte di quattrini. Non si negava, con esperti consigli, a nessuno.

Ma da Varese un Antonio Marano, con tracotanza, non solo occupò il canale televisivo principale di Tele X, ma lo fece con tale arroganza da offenderlo nell’intimo delle sue convinzioni. Ne nacque il primo processo in Italia per “occupazione di canale televisivo”. Papà aveva Tele X registrata dal 1974, sul canale 31 UHF da molto prima che, per esempio, Berlusconi scendesse in quel campo.

Ottenne, noi non ne sapevamo nulla, una compensazione. Chiedeva una dozzina di milioni di lire, e comparve un personaggio potente, un Silvio cui evidentemente il Marano era legato, e pagò oltre il triplo. Lo seppi molto dopo la morte di papà dall’avvocato Benzoni, pochi anni fa, nuotando insieme al Lago di Monate. Per me, di che spiegare a mamma, asciugatomi e tornato a casa, il ritrovamento di un ‘tesoretto’ alla morte di suo marito, che noi sapevamo molto, molto poco attaccato ai soldi.

Per moltissimi anni, credo forse ancora oggi, il canale 31 fu quello della principale televisione Mediaset a Milano.

Seguì, per noi tutti, l’epoca del duopolio Silvio-Stato. Il Marano divenne, logico, ‘boiardo’ di una TV della RAI.

Siccome le leggi ci volevano, un Bettino, che largamente aveva goduto dell’amicizia clientelare con quel Silvio -non vi dico nulla davvero di strano od ignoto, perché due grandi partiti si dividevano le emittenti di Stato in perfetto conciliabolo- promosse la legge Mammì per difendere i suoi amici. La chiamarono la legge Xerox, per dire, la legge fotocopia dello status quo. Papà, ormai uscito dal settore, la criticò molto con tutti i mezzi che aveva: cancellava del tutto le voci non allineate. In fondo era ancora un caposervizio al giornale di quella gerachia Cattolica che non lo aveva capito. Al giornale che si chiama come il nostro futuro ‘Avvenire’, carta densa di idee conservatrici insieme ad altre, sulle promesse di Cristo.

Al suo funerale, a metà di Ottobre del 2000, c’erano un Arcivescovo, un Vescovo e sette preti. Uno di loro, quello parroco anche del Campo dei Fiori, monte delle idee dei Varesini migliori, disse chiaro ad una chiesa davvero strapiena che si sarebbe dovuto seguire papà, quando le frequenze c’erano e i soldi per agire nel campo delle telecomunicazioni erano limitati, meglio, disse semplicemente “quando gli spazi c’erano”. Il sogno di papà non si era realizzato.

Dopo una generazione, nella quale per un assurdo errore di base abbiamo lasciato che il padrone delle TV indipendenti si mettesse in politica, arriva la TV digitale, si diffonde Internet. La gente ricomincia a comunicare.

Ricordo dai venti e passa anni spesi in Africa di un grande esperimento educativo fatto dal Governo Francese in Costa d’Avorio: nelle stesse ore dei Licei dell’Esagono, con gli stessi piani settimanali della Francia, nei villaggi Ivoriani da grandi antenne a Bouakè -ora sede della TV di Stato- si trasmettevano le lezioni preparate da un docente Francese. Risultato, il mio allora cognato Roger mi raccontava di docenti totalmente esautorati, di mancanza di comunicazione tra studenti e coi docenti, di un’educazione uccisa dalla trasmissione tra il disordine poco partecipativo delle sue classi d’infanzia.

Un ragazzo di Addis Abeba che aveva dei mezzi divenne uno dei primi avvocati delle telecomunicazioni negli USA, insomma, un Benzoni d’America, mille volte più ricco e famoso. Inventò la radio Afrisat: la prima radio via satellite del mondo, Africana. Cianciava di farne un sistema per educare ovunque sul continente. Gli scrissi immediatamente: dove era l’interattività? Come pretendeva si potesse imparare senza dialogare? Non ebbi risposta.

Afrisat ripete le grandi radio del mondo, mentre la BBC e la VOA Statunitense, la Deutsche Welle molto lentamente smantellano i grandi sistemi ad onde corte, quelli dei tempi di Marconi. Vive di quello, poco davvero ha di Africano, non fa per nulla educazione, al di là di qualche emissione a tema delle grandi radio, della serie “Simplified English”, alla BBC.

Il mio maestro Danilo parlava di due sistemi di interrelazione tra persone in gruppo, uno lo chiamava, perdonate il suo contesto, Sistema clientelare mafioso, l’altro Sistema partecipato.

In uno ci si ascolta a turno, nell'altro la gente é alla periferia di un sistema accentrato in cui il potere reale ha dei clienti che ricevono richieste dalla gente, e trasmettono imposizioni, idee, progetti.


   A sinistra, il modello clientelare, nessuna relazione se non con i clienti del potere   centrale; a  destra, rapporti interpersonali di comunicazione tra tutti ed ognuno. 

Questa mattina mi son svegliato nella casa nuova, con Seble di fianco e ... mi pareva di dover ancora votare! Non c’é due senza tre? Due votazioni in questo ultimo mese hanno messo in un angolino il sistema della vuota ’trasmissione di massa’ senza comunicazione tra persone, incapace di cambiare in meglio la gente, propagatrice di modelli spesso consumistici e distruttivi dell’ambiente. Solo manca qualcosa, credo, un turno di voto per realizzare la volontà della stragrande maggioranza: la caduta della seconda Repubblica.

Che verrà, poi? Poco ma sicuro, una nuova forma repubblicana. Sulla stessa legge Costituente, intonsa da chi la voleva modificare a proprio uso.

Che cosa serve per evitare che si ricominci un ciclo politico litigioso e davvero poco produttivo? Io credo occorrano dei processi partecipati per risolvere i nodi di Ricerca, Energia, Educazione, e Partecipazione reale, comunicativa.

Abbiamo appena finito un incontro a Varese, Acquaria 2011.

Erano tra noi,oltre all'esperto di tavole maieutiche Francesco Cappello, da Pisa, Amico e Sereno Dolci. Il primo rientrava in Sicilia da Losanna, da uno dei mille concerti di cui vive, Sereno viene da un grande 'paese' di centocinquantamila  anime in Svezia, Norrkopping. Là ha fondato un gruppo di Greenpaece, in sei anni trovato tremilacinquecento persone che ogni mese offrono denaro per difendere, a volte con forza, l’ambiente dai soliti pochi. Non hanno un colore partitico, se non quello dell’aria e dell’acqua. 

Loro padre Danilo Dolci si presentava così: io sono Danilo e vorrei fare delle domande su cose che ci riguardano. A turno nella tavola ritonda ci si presenta e si riesce a delineare a che cosa si aspira. La tavola a Trappeto valeva almeno una dozzina di metri di diametro. Intorno i contadini e le massaie sognavano come avere acqua; pastori, astronomi e coltivatori discutevano del cielo. Si faceva musica, si producevano idee che diventavano azioni, riflessioni, nuove azioni.

Io sono Marco, sto un po’ qui ed un po’ in Etiopia. Insegno, vado cercando cose ‘nuove’ in Africa che c’erano già prima e avevamo dimenticato; il mio sogno é che le cose che si trovano, città, tracce di antichi commerci, natura stupenda intatta e da salvare servano a chi inconsapevole le vive, per ora le disfa. Qui immagino con forza che quanti vogliono difendere gli ultimi prati, boschi e sorgenti pure si uniscano fra loro. Di questo abbiamo dibattuto ad Acquaria, lo faremo ancora insieme e altrove.

La nuova forma politica in Italia dovrà partire da alcune domande su quella appena passata.

Meglio se poste da tanta gente, nel loro ambiente, in modo partecipato. Si trovano le risposte migliori, e si impara a metterle in pratica in comunità.

Perchè noi abbiamo ancora dei sogni, che sappiamo di voler realizzare insieme.

                                                                                             Viganò, Finale Ligure, 16/6/2011